L'altra metà del design
Pubblicato il 18/05/2026
Storia e protagoniste del design al femminile
Il design, per gran parte del XX secolo, è stato narrato come un dominio prettamente maschile. Eppure, dietro le icone che hanno definito l’estetica della modernità, si celano spesso figure femminili che hanno saputo sfidare le convenzioni di un’epoca per imporre una visione nuova: meno legata alla pura forma monumentale e più attenta alla funzionalità psicologica, alla flessibilità degli spazi e alla qualità della vita quotidiana.
Una rivoluzione silenziosa: il contributo femminile nel design
La storia del design al femminile non inizia con una semplice decorazione, ma con una vera e propria riforma strutturale dell’ambiente domestico. Già nei primi decenni del Novecento, figure come Eileen Gray e Charlotte Perriand hanno scosso le fondamenta del Modernismo. Gray, con la sua celebre villa E-1027 e i mobili in tubolare d’acciaio, dimostrò che l’architettura poteva essere "sensuale" e non solo razionale. Perriand, collaboratrice fondamentale nello studio di Le Corbusier, fu la vera mente dietro i mobili iconici attribuiti al maestro, portando nel design una visione legata all'uso sociale dello spazio e alla modularità.
Nel secondo dopoguerra, il contributo delle donne si è spostato verso la ricerca dei materiali e l’ergonomia. In Italia, questo fenomeno è stato particolarmente fertile grazie a una generazione di architette e designer che hanno saputo dialogare con l'industria nascente. Se gli uomini tendevano a progettare "monumenti" da salotto, le donne introducevano il concetto di design democratico e di trasformabilità. Hanno capito prima di altri che la casa non è un museo, ma un organismo vivo che deve cambiare insieme a chi lo abita. Questa prospettiva ha portato alla nascita di mobili componibili, imbottiti informali e soluzioni che hanno letteralmente abbattuto le pareti rigide della casa borghese.
Le pioniere dell'abitare: Astori, Bianchin e Boeri
Tre figure, in particolare, hanno segnato il design italiano con approcci distinti ma accomunati da una rigorosa modernità e da una profonda indipendenza intellettuale.
Antonia Astori: La logica della modularità
Antonia Astori (fondatrice di Driade insieme al fratello Enrico e ad Adelaide Acerbi) rappresenta la mente analitica del design italiano. Il suo contributo fondamentale risiede nell'aver trasformato il mobile da oggetto isolato a sistema. Con il progetto Oikos (1972) e successivamente Pantheon, la Astori ha introdotto il concetto di parete attrezzata che sostituisce il muro in muratura. La sua visione non si ferma alla bellezza dell'oggetto, ma punta alla costruzione dello spazio architettonico attraverso il design. I suoi mobili non "riempiono" una stanza; la creano. È un approccio architettonico al micro-vivere, dove il rigore geometrico si sposa con una flessibilità estrema, permettendo all'utente di diventare co-progettista della propria casa.
Afra Bianchin: L'eleganza del segno condiviso
Spesso citata in coppia con il marito Tobia Scarpa, Afra Bianchin ha rappresentato una delle anime più raffinate della produzione Cassina, B&B Italia e Flos. Il suo lavoro si distingue per una straordinaria capacità di dialogare con la tecnologia industriale senza mai perdere il calore dell'artigianalità. Pensiamo al divano Soriana (Premio Compasso d'Oro nel 1970): un pezzo che ha rivoluzionato il concetto di imbottito, eliminando la struttura rigida a favore di un fascio di metallo che "strizza" la pelle o il tessuto. Il design della Bianchin è un equilibrio perfetto tra comfort e lusso discreto, dove il materiale (che sia pelle, legno o metallo) viene celebrato nella sua essenza più pura attraverso una progettazione che appare naturale, quasi inevitabile.
Cini Boeri: L'architettura dell'autonomia
Cini Boeri è stata, forse, la figura che più di ogni altra ha teorizzato il legame tra design e comportamento umano. Allieva di Marco Zanuso, ha sviluppato una filosofia progettuale basata sull'individuo e sul suo bisogno di indipendenza. Il suo celebre divano Strips (1972) per Arflex, con la sua fodera rimovibile e l'idea di un letto che si fa divano (e viceversa), non è solo un mobile, ma un manifesto di libertà: facile da usare, informale, adatto a una società che stava cambiando pelle. Boeri ha sempre progettato pensando allo spazio come a un luogo che deve favorire l'autonomia dei singoli componenti della famiglia, evitando gerarchie spaziali opprimenti. La sua sedia Ghost in vetro (per Fiam), pur essendo quasi invisibile, è un miracolo di ingegneria e poesia, simbolo di un design che sa essere presente senza essere ingombrante.
"Progettare è una gioia, ma è anche un impegno verso l’essere umano." — Cini Boeri

